Si è sempre pensato che portare grandi aziende manifatturiere, Italiane o multinazionali, in zone poco industrializzate facesse poi partire il “volano” dell’indotto spingendo il tessuto economico del territorio ad aumentare l’offerta dei servizi, della subfornitura e della concorrenza. Se questo può essere vero per i paesi di radice anglosassone purtroppo non si verifica in Italia. Lo studio fatto da Guido de Blasio e Carlo Menon, nel 2010 intitolato “Local Effects of Manufacturing Employment Growth in Italy” per la Banca d’Italia, ha dimostrato che tale effetto non esiste. Una delle ragioni che gli autori adducono è che in Italia, in particolar modo il settore dei servizi ha delle barriere d’entrata per nuovi attori troppo alte. Un aumento della domanda, dunque, non si traduce in maggiore occupazione, ma piuttosto in un aumento dei prezzi e in maggiori profitti per gli operatori già presenti.
Ma oltre questo l’indotto che si dovrebbe generare con la subfornitura è vincolato dall’estrema difficoltà nel crescere delle piccole e micro imprese che non riescono a svincolarsi da rapporti di subalternità con la grande impresa e dove non si crea una salutare logica di domanda e offerta o di rapporto di partnership nella supply chain. I piccoli imprenditori, non riuscendo ad investire in tecnologia o in formazione, sono stretti dalla morsa del “tutto e subito” che richiedono i loro clienti (spesso unici clienti). Se d’altro canto le amministrazioni non aiutano con i servizi, le infrastrutture e l’alleggerimento della burocrazia, spesso i piccoli imprenditori non riescono a vedere i vantaggi di un ammodernamento delle loro logiche aziendali e delle tecnologie che non sono esclusive solamente delle grandi aziende strutturate.