Gli obiettivi del piano Calenda del 2016 sono stati subito dichiarati in un documento pubblicato dal Ministero dello Sviluppo Economico che accompagnava la legge di bilancio del 2017. Credo che tali obiettivi possano essere sintetizzati in tre. Il primo è sicuramente essenziale e prioritario: l’aumento della produttività delle aziende italiane. Il secondo è non meno rilevante del primo ma di ampio respiro ed ispirato alla cultura aziendale europea in quanto coinvolge la sicurezza del lavoro, la qualità del prodotto, l’ergonomia e la sostenibilità e quindi ha risvolti espressamente sociali. Il terzo riguarda la competitività del prodotto italiano sul mercato globale e dunque punta dritto alle metodologie del “Time to Market”.
Credo che i tre obiettivi lungimiranti non li si voleva valutare a breve ma nell’impostazione di trend di crescita valutabili solo nel lungo periodo. A due anni dall’entrata in vigore della misura dell’industria 4.0 credo che tale tendenza sia stata impostata.
I dati lo confermano: nei mesi successivi alla legge di bilancio 2017, le aziende produttrici di macchinari hanno avuto un incremento degli ordini totale del 14% rispetto al 2016 e del 46% nel mercato italiano sempre rispetto al 2016 ed il trend positivo è continuato nel 2018 con un 4,5% nel primo trimestre, come riporta ICIMU, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione e di prodotti a questi ausiliari. Il mercato ITC ha avuto un’inversione di tendenza nel 2017, inversione che si aspettava dal 2005, e si è assestato in una crescita nel 2,3% ed una previsione del 2,8% per il 2018 grazie all’introduzione del piano Industria 4.0 (dati Anitec Assinform). Dobbiamo ora aspettare dalle aziende i risultati della produttività se non fosse solo convincente l’incremento del PIL (+1,5%) del 2017. La produttività è cresciuta dello 0,3% nel 2017 e sta passando allo 0,6% nel 2018. Rimaniamo sempre fanalino di coda dell’Europa ma il divario sembra assottigliarsi. Su questo aspetto in Italia ancora si deve investire perché in realtà nelle aziende manca la cultura del dato. Ecco la reale sfida del piano nazionale Industria 4.0.
La leva fiscale adottata dunque può servire a sostenere un approccio manageriale “scientifico” – la gestione del dato – per un vantaggio economico. Sicuramente l’iper-ammortamento ha condotto alla digitalizzazione, ai big data, al cloud, all’internet delle cose, al controllo statistico di processo, alla telemanutenzione e alla telediagnosi e dunque sta riuscendo nell’intento di modernizzare il sistema azienda. In altre parole, la cultura del dato focalizza la decisione manageriale non solo nell’intuizione che muove ancora l’animal spirit dell’imprenditore italiano ma permette di fare margine sull’analisi oggettiva della catena del valore. Essa è il complemento all’animal spirit nella gestione aziendale.
Non c’è solo da espletare la pratica per l’iper-ammortamento per il professionista e per l’imprenditore ma lavorare per rendere utile il passaggio dalla cultura dell’intuizione alla cultura del dato.