Brexit, il bicchiere mezzo pieno

È sicuro il disastro economico che si prefigge con l’uscita del Regno Unito dall’Europa?
Ci sono degli aspetti che sono stati valutati poco che coinvolgono sia le istituzioni europee e la bilancia commerciale Italiana.
Paul de Grauwe, professore alla London School of Economics, scriveva a Febbaio scorso su “Ivory Tower” che qualora i sostenitori della Brexit fossero sconfitti ciò non basterebbe a fermare l’ostilità dei Britannici nei confronti dell’Europa né conterranno le loro ambizioni di ridare al Regno Unito la piena sovranità. I fautori dell’uscita dall’Europa modificheranno la loro strategia per ottenere la restituzione dei poteri a Londra e ne adotteranno una volta a lavorare dall’interno per minare l’Unione. Sarà una strategia mirata a ridurre le decisioni a maggioranza per sostituirle con un approccio intergovernativo. Paul de Grauwe conclude che “non è nell’interesse della UE mantenere il paese nell’Unione che continuerà a essere ostile a “l’acquis communautaire” e che seguirà strategie per minarla ulteriormente. [….] Sarà meglio per l’Unione europea che il fronte della Brexit vinca il referendum. Quando la Gran Bretagna sarà fuori dalla UE non sarà più in grado di minare la coesione dell’UE. L’Unione europea uscirà più forte.
La  Gran Bretagna sarà indebolita e dovrà bussare alla porta dell’UE per avviare i negoziati per un accordo commerciale. Nel processo avrà perso la sua moneta di scambio. L’Unione europea sarà in grado di imporre un accordo commerciale che non sarà molto diverso da quello che il Regno Unito ha oggi come un membro della UE. Allo stesso tempo, avrà ridotto il potere di un paese la cui ambizione è di minare la coesione dell’Unione.” Insomma de Grauwe vede un’opportunità nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e ne prospetta un processo di integrazione più rapido ed efficace. Ma questa opportunità dovrà fare i conti in ogni caso con le altre forze populiste europee che prenderanno esempio da Londra.
Cosa succederà invece per la nostra bilancia commerciale? Un interessante studio è stato fatto da Andrea Goldstein di Nomisma. Lo studio rileva che il Regno Unito assorbe circa un decimo delle esportazioni europee, l’Italia si attesta sul 5,2% rispetto il 12,6% della Germania. È un mercato non trascurabile per il prodotto italiano, ”il saldo commerciale di quasi 12 miliardi di euro è secondo solo a quello con gli Stati Uniti (quasi 22) e rappresenta lo 0,8 per cento del Pil” Goldstein continua dicendo che “con l’uscita tornerebbero alcune barriere tariffarie e non-tariffarie al commercio e alla mobilità del lavoro, riducendo quindi il vantaggio comparato conferito dal mercato unico inoltre subiremo la concorrenza diretta dei paesi non comunitari”. Dobbiamo tenere in considerazione però che ci sono dei prodotti di tradizione Made in Italy (il settore del fashion, arredo e agroalimentare) che difficilmente potranno subire la concorrenza degli altri paesi extra EU questi tre settori, insieme hanno rappresentato il 33% dell’export di Gennaio-Febbraio 2016. Goldstein conclude dicendo che “per gli altri settori invece, investire nel Regno Unito potrebbe diventare più interessante se l’ambiente economico diventasse più liberale a seguito della rimozione di determinata legislazione comunitaria. E la sterlina potrebbe indebolirsi, agevolando l’acquisto di attività britanniche”. A fronte di tutto questo potremmo dunque inquadrare la Brexit come un cambiamento di scenario abbastanza certo per la Gran Bretagna ma poco prevedibile per l’Europa e per l’Italia; non esclusivamente negativo come la comunicazione dei mass media sta diffondendo. Un cambiamento ci sarà ma starà alla classe dirigente italiana ed Europea cavalcare la situazione e coglierne gli aspetti positivi.
Un bicchiere mezzo pieno dunque.

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L’export Italiano nel Golfo Persico

Uno studio della SACE della primavera di quest’anno rileva che i mercati mediorientali, che hanno resistito agli shock della Primavera Araba, sono caratterizzati da risorse naturali e maggiore trasparenza nella spesa pubblica. Questi elementi sono positivi per il nostro export nell’area, che crescerà a ritmi più elevati rispetto a tutte le altre regioni. La crescente spesa per investimenti e politiche che favoriscono un maggiore accesso al credito stanno aprendo opportunità in settori nuovi.
Le ingenti risorse accumulate e l’aumento della produzione di idrocarburi nel 2013-2014 alimentano la crescita dei Paesi del Golfo (+4,5% la crescita media del Pil nel biennio). Gli introiti da idrocarburi saranno convogliati in investimenti pubblici, costituendo pertanto il principale stimolo alle economie dell’area (Vedi grafico). Vanno evidenziate tuttavia alcune criticità: il rallentamento della domanda di idrocarburi da parte di alcune economie, a causa anche della scoperta dello shale gas, e l’introduzione di normative come le leggi sulla “saudizzazione” e sul lavoro irregolare in Arabia Saudita e delle norme sull’accentramento dei processi di spesa delle imprese statali in Qatar, che potrebbero frenare o pregiudicare la realizzazione di nuovi progetti.[cml_media_alt id='962']Contributo degli Investimenti Lordi al Pil[/cml_media_alt]

Il Medio Oriente può rappresentare un porto sicuro per le imprese italiane. Stabilità politica e solidità economica continueranno a favorire le importazioni dal Golfo, con effetti positivi sull’export italiano (9% in media nel periodo di previsione(vedi grafico sotto); anche in nuovi mercati dell’area. Si prevede un’espansione significativa per il nostro export di beni di consumo in Arabia Saudita (+13,4% nel 2014-2017), sostenuto da una politica fiscale di stimolo per i consumi privati; aumenteranno anche le vendite di beni di investimento (+10,4%), trainate dal piano quinquennale di investimenti varato del governo per la diversificazione dell’economia. In Qatar la dinamica delle esportazioni sarà più lenta nel breve periodo, dopo la chiusura del programma ventennale di sviluppo del Gas Naturale Liquido, ma diverse opportunità deriveranno dalla costruzione di infrastrutture per i Mondiali Fifa 2022. Negli Eau diversificazione economica e nuove normative nel settore immobiliare hanno posto le basi per una crescita meno soggetta a shock esterni e bolle speculative; in questo mercato le esportazioni italiane cresceranno a un tasso medio del 9% nel 2014-2017, grazie anche al consolidamento del ruolo di hub commerciale mondiale, soprattutto di Dubai.[cml_media_alt id='966']Esportazioni Italiane in Medio Oriente[/cml_media_alt]

 Il settore dell’arredamento negli Emirati Arabi Uniti mostra segnali di ripresa, dopo il collasso del real estate nel 2009 (-50% i prezzi degli immobili) e la maggiore prudenza dei consumatori che, negli anni più recenti, hanno speso in arredi solo quando necessario. Il ritorno di cittadini espatriati e l’evoluzione positiva dei settori di sbocco per l’arredamento traineranno la domanda nel paese, con un impatto apprezzabile sui prodotti esteri di qualità elevata: le esportazioni italiane di prodotti in legno verso gli Emirati cresceranno del 9,8% in media tra il 2014 e il 2017. Tra i settori finali di domanda vanno considerati quello delle costruzioni, con 45mila nuove unità abitative attese per il 2015,  il segmento ricreativo della nautica (il paese è il nono produttore al mondo di super-yacht) e l’alberghiero. L’Italia è il secondo paese esportatore di prodotti di arredo destinati al settore turistico negli Emirati Arabi Uniti, dopo la Cina. Circa un quinto della domanda riguarda la mobilia e il 7% apparecchi elettrici per l’illuminazione. Queste due categorie rappresentano rispettivamente il 58,6% e 22,8% delle esportazioni di arredamento italiane nel paese nel 2013. Le prospettive settoriali sono ancora più promettenti grazie all’Expo 2020 aggiudicato da Dubai: 17 milioni di turisti sono attesi nel paese e oltre 81mila nuove stanze d’albergo da inaugurare entro quell’anno.

Per quanto riguarda i concorrenti europei nel golfo persico occorre dire che nonostante si soffra di non competitività del prezzo segnali molto favorevoli provengono dalla competitività extra-prezzo, come evidenziato ormai già da tempo in molte analisi (Eurostat). La domanda internazionale può orientarsi su un prodotto non solo perché questo costa meno rispetto alla concorrenza, ma pure per la sua maggiore qualità o maggior contenuto di innovazione: anche a prezzi più elevati, i clienti o consumatori acquistano i prodotti con le migliori caratteristiche qualitative e innovative e questo è una cosa estremamente sensibile nei paesi del golfo Persico. Si tratta di prodotti ad alto contenuto di servizi o di marketing (per esempio, grazie al valore del marchio aziendale o anche marchio paese) che vincono la concorrenza internazionale, soprattutto quella dei beni indifferenziati provenienti dai Paesi in via di sviluppo. La misurazione della competitività basata su fattori “extra-prezzo” è quindi complessa: essa dovrebbe essere condotta a livello di singolo prodotto e può esserlo, in via aggregata, soltanto attraverso le variabili che determinano la differenziazione del prodotto (come gli investimenti in qualità, in pubblicità e in innovazione effettuati dalle imprese). Una prima approssimazione può essere effettuata attraverso il differenziale nella dinamica tra i prezzi alla produzione per i beni venduti sui mercati esteri e i valori medi delle esportazioni. Nel periodo 2007-2012, il differenziale per l’Italia è rimasto superiore a quello registrato per Germania, Francia e Spagna (vedi figura sotto), a conferma dei vantaggi del nostro Paese derivanti dall’upgrade qualitativo delle merci e che, almeno in parte, consentono di compensare quelli negativi della competitività di prezzo.Competitivita extraprezzo

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Reputazione e Business, una regressione lineare attendibile

Tutti gli operatori economici italiani hanno ben chiaro che un fattore intangibile come la reputazione di un paese incide pesantemente nelle attività commerciali del paese stesso creando ricadute sulla politica dei prezzi e delle condizioni contrattuali.
La credibilità di una nazione  – soprattutto se occidentale –  è in un apparente declino, la sensazione diffusa è ritenere la politica e le istituzioni (non solo quelle Italiane) sistemi incapaci di dare risposte eque e di sviluppo al tessuto economico produttivo.  Ad esso si aggiunge l’influenza che ha la cultura locale nel rapporto commerciale. L’interazione con la controparte spesso si concentra su cliché culturali sedimentati negli anni deviando in qualche misura la relazione di business su canoni errati.
Non è difficile ormai, per contrastare questa tendenza che paesi, regioni e istituzioni territoriali investano nel marketing per ricostruire l’immagine dei propri territori. Ma cosa fa la reputazione di un paese?
Il Reputation Institute di New York ha fatto un’indagine internazionale di come la considerazione di un paese incida nel business internazionale. I dati pubblicati nel rapporto del 2013 fanno riferimento a valutazioni fatte tra il 2009 e il 2012. La cosa più interessante è la forte relazione che lega la reputazione di un paese alla volontà di stranieri di visitare, studiare, investire comprare prodotti del paese stesso. L’analisi risulta essere molto attendibile (l’errore quadratico medio è pari a 0,8 per gli esperti di statistica) e che quindi fa facilmente associare il business alla reputazione.
L’istituto, per costruire l’indice di reputazione, ha preso in considerazione parametri riferibili alla diretta esperienza come le infrastrutture, i servizi, i prodotti e la cultura, poi ha considerato le intenzionalità o in altre parole quello che il paese dice e fa coinvolgendo dunque la politica, le relazioni pubbliche, il “brand” del paese. Come ultima famiglia di parametri ha tenuto in considerazione cosa dicono le persone e quindi i politici, i mass media (tradizionali e nuovi) e le associazioni non governative. Tutto questo per formare, tramite una parametrizzazione, l’indice di un paese.
Purtroppo l’Italia ha pagato in questi ultimi anni una cattiva reputazione a livello internazionale della politica che probabilmente è la ragione dello slittamento dalla 11° posizione del 2009 alla 18° del 2012. Probabilmente quello che ha frenato la caduta è stato il buon posizionamento dei prodotti e della cultura. Ma come si deve porre un paese con una prevalente industria di trasformazione? Quali sono le azioni, i comportamenti e le strategie che fanno recuperare reputazione ad aziende di forte propensione all’export?
Le esperienze personali di chi scrive individuano tre principali motivi che contribuiscono direttamente alla commerciabilità del prodotto all’estero ed essi, quando incidono negativamente, sono un misto di responsabilità dell’imprenditoria e delle istituzioni:
Rispetto delle tempistiche contrattuali. L’imprenditore italiano è talmente sicuro della qualità del prodotto che ritiene che il rispetto delle date di consegna sia sormontabile. La cultura commerciale estera, specialmente quella anglosassone, non si allinea a questo paradigma. È uno dei termini che incide di più nell’affidabilità del paese. L’esempio del raddrizzamento della nave Concordia è emblematico per descrivere questa differenza di sensibilità. Nel recupero della nave da crociera all’Isola del Giglio l’organizzazione aveva speso per i cronisti un tempo di 12 ore per l’assestamento della nave. In conferenza stampa un giornalista Belga chiedeva spiegazioni del ritardo; un responsabile, l’ing. Porcellacchia, seccato rispondeva che non era importante quanto ci si mettesse ma come l’operazione fosse ben fatta. È difficile non essere d’accordo con l’ingegnere ma in questo scambio di battute c’è tutta la differenza di sensibilità sulle “clausole del contratto”. Gli operatori economici italiani spesso non mettono la stessa attenzione ai termini di “delivery” – intendendo tutto quello che attiene al rispetto del tempo – di quanta ne mettano sulla qualità del prodotto. Invece a volte ci dimentichiamo come la qualità del servizio offerto incida tanto quanto la qualità del prodotto. I ritardi ci rendono alla vista degli interlocutori esteri inaffidabili.
Standing Internazionale. Per essere all’altezza dei giochi internazionali occorre anche una buona dose di cultura intesa come cultura d’impresa, conoscenza tecnica e cultura generale. In prima istanza occorre conoscere le lingue, il traduttore ingaggiato dalle agenzie di servizi non può fare da “cultural bridge” perché la relazione si fa con il “modo di stare e di parlare” ed il primo ponte culturale si instaura con il proprio linguaggio. Ma non solo questo. Anche le piccole aziende devono avere i mezzi comunicativi delle grandi, è facile ricadere nel provincialismo e nel modo di fare frettoloso e arruffato dei mediocri. Perché purtroppo quello che appare superficialmente molte volte è questo; non sei credibile perché appari mediocre.
Incapacità di fare lavoro di gruppo. Una recente fiera commerciale a Doha in Qatar erano presenti aziende europee di dimensioni confrontabili con le nostre ma aggregate  tra loro. Le istituzioni di un paese come la Germania avevano raggruppato tutte queste aziende sotto un unico padiglione con i colori della Germania.  Le aziende italiane invece erano sparse, raggruppate in mille piccoli gruppi come l’ICE, Camere di Commercio, Regioni, Provincie e via discorrendo, dando idea di scarsa aggregazione, disorganizzazione, individualismo ed interessi diversi. L’esempio mi sembra emblematico della mancanza della politica e della capacità di “fare gruppo”. Spesso si dice che aziende piccole italiane, non crescono per questa incapacità. Questo per dire che la responsabilità non solo è della classe dirigente politica ma anche di quella imprenditoriale.
Risalire la china della credibilità e della reputazione passa anche attraverso semplici regole e modi di stare come quelli illustrati precedentemente e di questo siamo tutti realmente coinvolti, non solamente la “politica” come siamo abituati a dire. La svolta culturale nasce
tutti i giorni nelle nostre aziende e nei nostri palazzi con atteggiamenti, modi di fare e approcci al mercato.

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Fenomenologia della crisi e sistema bancario italiano: un’analisi della crisi

Di Matteo Crippa (matteo_crippa@yahoo.it)
Raymond Goldsmith, economista americano dedito allo studio di crescita economica e sistemi finanziari, nel 1969 in “Financial structure and development” si poneva questa domanda: “does finance matter?”. Il suo intento era quello di capire se e in che modo i sistemi finanziari potessero sostenere lo sviluppo economico. Il quesito di Goldsmith é più che mai attuale oggi, alla luce di una crisi finanziaria che ha prodotto effetti reali spingendo alcuni sistemi economici in stato recessivo. Difatti, consapevoli della gravità con cui l’economia reale sia stata condizionata dai sistemi finanziari negli anni recenti, ricerchiamo ora nella finanza stessa una possibile leva di ripresa e sostegno dello sviluppo economico.
A tal proposito, si propone di seguito un’analisi della recente evoluzione del sistema produttivo e industriale italiano e delle relazioni creditizie tra imprese e banche, essendo queste difatti gli attori di riferimento nel mercato finanziario domestico e quindi, necessariamente, un potenziale veicolo di sostegno della ripresa economica.
A partire dalla seconda metà del 2011 l’economia italiana é entrata in recessione, comportando per le imprese una diminuzione della redditività accompagnata da una minore disponibilità di risorse finanziarie interne. Più precisamente, sotto il profilo operativo le imprese italiane hanno manifestato una riduzione di redditività, conseguente a una contrazione dei volumi di produzione e fatturato associata a una “inelasticità” della struttura dei costi. Sotto profilo finanziario, invece, si é osservato un aumento del fabbisogno di risorse, conseguente a tensioni di liquidità, aumento del circolante commerciale e inasprimento del mercato creditizio. Il disposto combinato di tensioni operative e finanziarie, contestualizzato in un settore industriale ormai nello stadio di maturità del proprio ciclo di vita, ha determinato una riduzione degli investimenti, con effetti prociclici negativi sul sistema economico. A livello sistemico, si é effettivamente osservata una crescita del tasso di deterioramento della qualità e della robustezza finanziaria delle imprese, con un aumento dell’incidenza delle imprese che hanno approcciato lo stato di crisi, seppur con diversi gradi di gravità. L’analisi dell’evoluzione
di alcuni indicatori economici e finanziari del sistema industriale italiano nell’anno 2011 permette di oggettivizzare quanto appena descritto. I dati illustrati di seguito provengono dalla “Relazione annuale” per il 2011 del Governatore della Banca d’Italia, se non altrimenti specificato. Il margine operativo lordo (MOL) delle imprese manifatturiere italiane é diminuito del 1,1% nel corso del 2011 e il rapporto tra MOL e valore aggiunto (VA) ha raggiunto un livello minimo a partire dagli anni ’90, attestandosi al 34%. La riduzione di redditività ha determinato una minore disponibilità interna di risorse finanziarie con effetto riduttivo sugli investimenti lordi, scesi del 1,9% nel corso dell’anno a rappresentare il 2% del prodotto interno lordo nazionale (PIL). Contestualmente,  l’incidenza degli oneri finanziari netti sul MOL é cresciuta del 3% attestandosi al 21% in media. Parallelamente, il fabbisogno finanziario complessivo é stato pari a 33 miliardi di Euro, sostenuto principalmente dalla crescita delle necessità di circolante per il finanziamento dei crediti commerciali, cresciuti nell’anno del 8%.
Nel corso del 2011 l’indebitamento delle imprese é aumentato di 19 miliardi di Euro, pari a una crescita del 0,7% rispetto all’anno precedente. Il leverage delle imprese, misurato come rapporto tra debiti finanziari e passività totali, é cresciuto del 3% rispetto a un anno prima mentre il rapporto tra debiti finanziari e valore aggiunto é rimasto costante a pari al 180%.
É interessante osservare che l’indebitamento medio delle prese italiane, pari al 48% nel 2011, é in linea con la media dei paesi dell’area Euro e inferiore di quello delle imprese tedesche, pari al 50% nello stesso anno. Quello che rileva é però la composizione di tale debito, laddove la quota di debito bancario é predominante in Italia rispetto agli altri paesi. I debiti finanziari delle imprese italiane sono infatti per il 70% rappresentati da prestiti bancari e di questi il 40% ha in media scadenza entro 12 mesi, caratteristiche che rendono le imprese particolarmente sensibili ai rischi di tasso e di rifinanziamento. Addottando ancora la Germania come termine di paragone, si osserva che il relativo debito bancario scende al 45%.
Come già introdotto, la crisi economica ha impattato le imprese oltre che sul profilo operativo qui descritto anche sul profilo finanziario. Nel corso del 2011 si é infatti osservato un inasprimento del mercato del credito applicato. Nel corso dell’anno passato, sulla base dei dati raccolti dalla Banca d’Italia, la quota delle imprese che hanno subito un razionamento del credito é raddoppiata rispetto all’anno precedente, attestandosi al 12% del totale. Contestualmente, la quota di imprese che hanno ricevuto richieste di rientro sulle proprie esposizioni é raddoppiata al 9% del totale. Il razionamento del credito si é manifestato anche sul lato dei tassi applicati, che sono cresciuti di circa un punto percentuale rispetto all’anno precedente attestandosi attorno a un valore medio del 4%. L’aumento del costo del debito per le imprese italiane sconta parzialmente anche una maggiore difficoltà di provvista per le banche italiane, stimato in un maggiore costo di approvvigionamento di circa 80 basis points rispetto alla media europea. Il quadro delineato ha indebolito fortemente i bilanci delle imprese italiane, di cui circa il 33% presenta un rapporto tra oneri finanziari netti e MOL superiore al 50% con evidenti difficoltà in termini di capacità di accumulo di capitali e conseguente propensione all’investimento. Il deterioramento della solidità finanziaria delle imprese si é riflesso in una quota di prestiti complessivi su cui le banche registrano difficoltà di rimborso pari al 19% e con una crescita delle rapporto tra sofferenze e prestiti vivi, salito a circa il 3%. Se i numeri illustrati delineano esplicitamente la fenomenologia della crisi delle imprese italiane, tornando al nostro quesito iniziale meno chiaro é invece il ruolo che il sistema finanziario assume per sostenere e favorire la crescita economica.
A questo scopo é interessante uno studio edito ancora da Banca d’Italia a luglio 2012, “Fragilità finanziaria e prospettive di crescita: razionamento del credito alle imprese durante la crisi” di Albareto e Finaldi Russo, che indaga quali siano stati i fattori discriminanti le scelte di erogazione di credito da parte delle banche italiane prima e durante la crisi. Rimandando allo studio stesso per i dettagli metodologici, sintetizziamo di seguito alcuni dei risultati più interessanti. Analizzando le imprese per tasso di crescita del fatturato, crescita degli investimenti, valore aggiunto per addetto e quota di esportazioni sul fatturato, si osservava nel periodo precedente alla crisi una relazione positiva e significativa tra queste grandezze e la facilità di accesso al credito. Diversamente, nel periodo di crisi solo il tasso di crescita del fatturato é risultato essere una grandezza rilevante per facilitare di accesso al credito, suggerendo che le banche non abbiano considerato altri fattori indicativi del potenziale di crescita delle imprese nelle proprie scelte di allocazione del capitale. Questo fenomeno risulta solo parzialmente mitigato dal grado di concentrazione dei finanziamenti, suggerendo che la presenza di un finanziatore di riferimento ne permetta una maggiore capacità valutativa. Inoltre, fattori qualitativi quali le strategie di crescita, l’attività di ricerca e sviluppo, il deposito di brevetti, l’adozione di innovazioni organizzative, di prodotto e di processo non hanno influenzato la probabilità di accesso al credito, né prima né dopo la crisi. La dimensione della banca di riferimento é risultata essere un ulteriore fattore discriminante. Difatti, se prima della crisi la dimensione della banca principale finanziatrice non influenzava la probabilità di accesso al credito, durante la crisi le imprese la cui banca di riferimento fosse di piccole dimensioni hanno subito un minore razionamento del credito. Infine, anche le motivazioni di richiesta di credito hanno condizionato la probabilità di ottenere finanziamenti, difatti le imprese che hanno richiesto credito a sostegno del proprio circolante o per operazioni di ristrutturazione del passivo hanno subito un maggiore razionamento rispetto a quelle che hanno domandato credito a sostegno di investimenti. É opportuno, come anche suggerito
dagli autori dello studio citato, contestualizzare le evidenze qui illustrate con la sempre più diffusa prassi da parte dell’industria bancaria di adozione di sistemi (semi)automatici di credit scoring per la valutazione di rischiosità delle imprese, coerentemente con l’adesione ai principi normativi di Basilea. Esiste infatti il rischio che l’adozione di tali metodologie, basate principalmente su indicatori di bilancio strutturalmente ritardati e quindi backward-looking, possa avere inficiato la capacità di valutazione prospettica delle imprese da parte delle banche e quindi la capacità di individuare effettive opportunità di investimento.
Il quadro complessivo delineato fornisce una prima risposta al quesito che ci si era inizialmente posti parafrasando l’economista americano Raymond Goldsmith, ovvero se il sistema finanziario sia rilevante per condizionare la crescita economica. L’evidenza suggerisce infatti che il sistema finanziario, sistema bancario nel caso specifico italiano, possa avere effettivamente condizionato la crescita del settore produttivo ed industriale seppur in senso negativo, ovvero attraverso una ridotta capacità di individuazione delle opportunità di investimento meritevoli da quelle di basso profilo creditizio. Questo fenomeno avrebbe determinato un razionamento generale del credito con effetto depressivo sistemico.
Il quesito iniziale resta quindi ancora aperto, ovvero é opportuno continuare a domandarsi in che modo lo stesso sistema finanziario possa favorire la ripresa economica. Dal lato delle imprese, si ritiene sarebbe opportuno e utile in questo senso riconoscere quali indicatori economici e produttivi siano validi segnali di robuste prospettive di crescita in ottica forward-looking e con una prospettiva di sostenibilità ampia, ossia di lungo periodo e condivisa tra shareholders and stakeholders. Allo stesso tempo, sarebbe opportuno individuare quali forme di intervento finanziario da parte del sistema bancario, riferendosi in particolare agli orizzonti temporali di investimento e alle forme tecniche di finanziamento, siano maggiormente adatte a sostenere le potenzialità di crescita e sviluppo del nostro sistema produttivo.

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Scelte strategiche del manifatturiero italiano nel primo decennio del 21° secolo

Riprendo un articolo di Paolo Carnazza ed Enrico Martini intitolato “IL SISTEMA MANIFATTURIERO ITALIANO NEL PRIMO DECENNIO DEGLI ANNI DUEMILA: I PRINCIPALI MUTAMENTI” [1] per sintetizzare dai numeri pubblicati alcune riflessioni e conclusioni. Nell’articolo vengono riportati alcuni dati ISTAT che riporto qui di seguito.
La produzione manifatturiera dei settori classici del Made in Italy – includendo abbigliamento, tessile, prodotti in cuoio, industria del legno e mobili – è passata dal 20% al 17% e come percentuale di tutti gli occupati dal 28% al 24%.
La produzione manifatturiera nei settori di trasformazione dove l’innovazione e la ricerca applicata trovano maggiore riscontro, è cresciuta, come è cresciuta l’occupazione ed il valore aggiunto. Mi riferisco ai settori della Chimica, Metallurgia, Meccanica, Apparecchiature Elettriche e per le Comunicazioni, Apparecchiature Medicali, di Precisione e Mezzi di Trasporto non Autoveicoli (classificazione ATECO2001). In cifre la produzione di tali settori passa dal 43,8% al 47,3%, l’occupazione dal 42,9% al 47,1% ed il valore aggiunto dal 47,1% al 50,1%
La prima conclusione che traggo dai dati è che l’industria reale è meglio di quella descritta.
Nel decennio precedente era forte la presenza di  una “lobby” influente di esperti e consulenti economici che spingeva il tessuto economico Italiano ad abbandonare la manifattura e buttarsi sulla finanza e sui servizi, lasciando questo lavoro “sporco” ai paesi emergenti, l’Italia industriale al contrario ha reagito come avrebbe dovuto, modellando un set di scelte strategiche: ottimizzazione dei costi, innovazione, internazionalizzazione, variazione dei prodotti offerti e investimenti in marchio che le permetteva di recuperare e consolidare una posizione nel mercato europeo ed internazionale ed in particolar modo nell’area dei paesi emergenti denominata BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Tali scelte strategiche sono di fatto riportate nello studio di Brandolini e Bugamelli : “Rapporto sulle tendenze nel sistema produttivo italiano”,pubblicato per la Banca d’Italia nel 2009[2]
L’altra riflessione che ritengo importante sui dati riportati è che i settori che crescono sono settori tradizionali del sistema industriale italiano, più tradizionali ancora del settore ritenuto per eccellenza tale ovvero il “Made in Italy” (fashion luxury e mobile). Emerge dunque una vocazione industriale tradizionale e contemporaneamente tecnologica che sembra sostituire il declino manifatturiero – si spera temporaneo – dei settori vincenti degli anni 80 e 90.
Le due riflessioni sui dati riportati dimostrano come una parte delle aziende italiane abbia fatto scelte coraggiose, anche in controtendenza al senso comune, lasciandosi guidare da una sorta di “mano invisibile” che, in assenza di una reale politica industriale da parte delle istituzioni, ha indirizzato verso la soluzione industriale più consona per un paese di trasformazione come l’Italia.


[1] pubblicato nel novembre 2010  nel sito www.nelmerito.com
[2] Brandolini A., Bugamelli M. 2009. “Rapporto sulle tendenze nel sistema produttivo italiano”, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, Occasional Paper, n.45.
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The decline of international Electronic Manufacturing Services in Italy, what are Italian Companies learning?

From the end of 80’s important international companies operating in electronics looked for partnership to outsource the manufacturing activities. The intent of multinational companies operating in the telecom, automotive, IT business, was to leave the manufacturing activities to focus on their own core business. This strategic approach to business allowed international OEM firms to enter in the European market through commercial agreements and the acquisition of production sites. Their business model was to supply entire business unit products acquiring the manufacturing divisions. The target for the OEM was represented by multinational companies with leading technological products, and what it was happening met this expectation. The single technology design of family products allows the international OEMs to dedicate entire lines to a single customer emphasizing the specialization of their assets (human capital, and equipment). In addition, their competitive advantage were the high capital reserves to buy production sites and to cover costs of ramp-up manufacturing activities.
The other face of the electronics market was represented by medium-sized OEM companies operating on boards with low technological components but with technological or strategic applications as transportation, building and industrial automation (synthesized as “power” products), instrumentation and special market niches. This doesn’t require any sophisticated technological knowhow but flexible people to manage different products, many customers and many suppliers.
For these reasons the international OEM and the regional one were not in competition because they acted in two different markets. In addition, regional OEM found barriers to market entry due to manufacturing capability and capitalization limit. On the other hand the global OEM had no interest to enter in a low margin market.
As mentioned, the approach to the market is different. Large OEMs work through corporate agreements and the regional OEMs work with a dense network of business contacts and lobbing activities developed day by day in a long period of growth. The different strategic market approach stimulated the former to a global approach to new market frontiers and the latter to the continuous process innovation as consequence of customer requirements. The first grow through the optimization of organization process, by building international professional teams, global IT services, supply chain optimizations and the second one focusing on process and marketing innovation.
But the rise and fall of manufacturing electronics industry in Europe is basically due to cost and margins.
In the time when Far East started to be competitive in terms of cost, in west Europe, just few global OEMs tried to reformulate the offer to customer looking for new market.
The high tech product has a high component cost. Usually, the cost of direct labor and white collars weights on 5% circa of total cost. Human resources policy for global OEM is based on two main aspects: high specialization and compensation above the regional average salary to avoid high turnover. This is one important entry barrier to market of regional OEM. For the nature of the “power” products, the material does not affect more than 65% of the final cost of the product and in this way the labor cost has a relevant weight. So, what previously was a strategic choice in HR management, now becomes a market barrier for the global OEMs.
Another important aspect prevented and still prevents the entry in the “power” and instrumentation products market: the specialization. It becomes a disadvantage in Europe, for the nature of its sustainable business, because it limits the flexibility and cross functional knowledge. Extreme specialization makes sense in a well-oiled machine (as a production line “high volume low mix), not for niches. And it is also a basic rule of lean production, to know how to do well different things to govern the processes.
Therefore, large OEMs failed, or more realistically, had no interest in changing the well tested organizational structure – basically it meant reduce people dedicated to a product – or in controlling the drift of benefits and salary remaining in this way, out of the game of “power” and niche products.
The big OEMs are leaving Italy and west Europe following the mass production organization model in Far East and at the same time, they are providing to the Italian market organizational know-how that was really missing from our regional OEMs. The latter, in fact, despite the considerable effort developed to find technical and process solutions on its own products, often need to acquire know-how in functions organization and in supply chain. The global OEMs are an excellence source of secondary process organization and service. In “power” & niche market, the second most important driver (first one remains price) is professional credibility, which they developed with their international customer, the “management standing” is one other skill left in inheritance to the regional company culture.
This represents a case in which Italy has the opportunity to get know-how from international companies to increase their business. Often Italians lament a Know-how migration from Italy to abroad when our industry excellences are acquired by international group, in this case, the opposite is happening.

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Lean Production: nuovi suoni per antiche pratiche

Nel 1995 Rifkin descriveva efficacemente nel suo famoso libro – “La fine del Lavoro” – il modello fordista ed il suo Superamento, la “Lean Production” di Toyota, senza però avere interesse ad approfondire le origini di esso. Quello che in ogni caso riportava era il periodo in cui nacque tale pratica: gli anni 50.
Era il periodo in cui il Giappone incominciava a ricostruire il paese disastrato dalla guerra ed il contesto economico sociale postbellico costituiva la base di un modello produttivo che più tardi sarà chiamato appunto “Lean Production”. Dopo la guerra, il Giappone era povero, sovrappopolato, senza infrastrutture e senza impianti, con pochissime materie prime. Occorreva importarle ed esportare prodotti finiti verso i mercati ricchi – i paesi che avevano vinto la guerra – poiché la domanda interna tecnologica era in sostanza nulla. Le esportazioni d’altro canto pagavano il dazio della cattiva reputazione delle merci Giapponesi ritenute di bassa qualità.

I giapponesi dunque costruirono un modello industriale basandosi sulle poche possibilità di fare scorte sia per lo scarso credito sia per la mancanza di spazi dove immagazzinare. La stessa Toyota si trovò a fronteggiare la sfida rappresentata dal dover competere con la produzione di massa occidentale avendo solo la possibilità di produrre su piccoli volumi e dovendo seguire la forte richiesta di varietà del prodotto che proveniva dal mercato interno. I giapponesi si rivolsero ai mercati degli Stati Uniti e dell’Europa, dapprima imitando le tecnologie occidentali, poi riuscendo a sviluppare progetti avanzati anche da soli. La mancanza di spazi per lo stoccaggio e la penuria di materia prima fecero nascere il“Just In Time”. Contemporaneamente i giapponesi rafforzarono l’impegno per eliminare tutti i difetti dal prodotto al fine di guadagnare credibilità internazionale, in quel periodo nasceva il “Total Quality Management”, parte integrante dei programmi che ora vediamo descritti nei manuali della “Lean 6 sigma”. Non è quindi azzardato concludere che un paese distrutto dalla guerra creò le regole della “Lean Production”.

L’Italia postbellica non era poi così lontana dalla situazione giapponese, ma agli alti livelli di disoccupazione, alla mancanza di materie prime e alle infrastrutture distrutte, si contrapponeva la volontà della nuova classe dirigente di uscire dal protezionismo del ventennio fascista liberando quindi le energie vitali, ingegnose ed operose del paese. A riguardo Giovanni Demaria riportava l’evidenza di una contrapposizione tra «l’organizzazione consortile e monopolistica, in gran parte accentrata nelle grandi imprese industriali» e «la grande maggioranza degli industriali piccoli e medi che faticano ogni giorno, […] lavorano ad majorem industriae gloriam e creano la più cospicua parte del reddito nazionale»[1]. Ma parallelamente al lavoro della costituente che si apriva all’economia di mercato e alle esportazioni, il piccolo o nuovo imprenditore lavorava gomito a gomito con l’operaio sulla macchina per trovare nuove soluzioni o nuovi prodotti (i guru aziendali ora lo chiamano “Concurrent Engineering”) e produceva bene e velocemente solo quando c’era richiesta dai clienti – la tecnica “Pull” del “Lean Manufacturing” – sopperendo così alla mancanza di  spazi, di magazzini e di credito.
Le competenze molteplici e la negazione della separazione del lavoro intellettuale da quello manuale nell’organizzazione era il modello applicato, lo stesso modello sostenuto da Taiichi Ohno teorico della “Lean Production”.
Oggi, nel proporre alle piccole aziende la “Lean Production” si sente spesso nominare la distanza culturale che ci separa dal mondo del sol levante come altresì si pensa che tali modelli possano funzionare solamente nelle grandi aziende. Nella stessa maniera, un professionista della consulenza aziendale opta per un linguaggio ostico ed estraneo alla nostra cultura industriale per esporre o proporre un modello che vorrebbe essere rivoluzionario per il piccolo imprenditore ma che in realtà fa parte già della nostra cultura
industriale e sopravvive in maniera ancestrale nello spirito dell’azienda. Ora, nel XXI secolo, da quei modelli sembra dividerci un’era geologica come dai quei animal spirits che hanno contribuito al boom economico tra gli anni ‘50 e ’60. Spesso le impostazioni aziendali che all’apparenza sembrano portatrici di modernità in realtà sono modelli legati al fordismo puro. Lo sforzo primario dei professionisti d’azienda è proporre od applicare la “Produzione Snella” non la “Lean Production”, nel senso di riformulare la comunicazione e
la strategia in fabbrica riconoscendo per prima cosa che quello che viene proposto nei manuali del moderno organizzatore aziendale già era applicato nel 1950 nelle fabbriche tessili della Valle Seriana o in uno dei efficienticalzaturifici del maceratese.


[1] G.
Demaria, Il problema industriale italiano in «Giornale degli economisti», 1941
pp. 516 52

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L’indotto mancato nelle aziende manifatturiere

Si è sempre pensato che portare grandi aziende manifatturiere, Italiane o multinazionali, in zone poco industrializzate facesse poi partire il “volano” dell’indotto spingendo il tessuto economico del territorio ad aumentare l’offerta dei servizi, della subfornitura e della concorrenza. Se questo può essere vero per i paesi di radice anglosassone purtroppo non si verifica in Italia. Lo studio fatto da Guido de Blasio e Carlo Menon, nel 2010 intitolato “Local Effects of Manufacturing Employment Growth in Italy” per la Banca d’Italia, ha dimostrato che tale effetto non esiste. Una delle ragioni che gli autori adducono è che in Italia, in particolar modo il settore dei servizi ha delle barriere d’entrata per nuovi attori troppo alte. Un aumento della domanda, dunque, non si traduce in maggiore occupazione, ma piuttosto in un aumento dei prezzi e in maggiori profitti per gli operatori già presenti.
Ma oltre questo l’indotto che si dovrebbe generare con la subfornitura è vincolato dall’estrema difficoltà nel crescere delle piccole e micro imprese che non riescono a svincolarsi da rapporti di subalternità con la grande impresa e dove non si crea una salutare logica di domanda e offerta o di rapporto di partnership nella supply chain. I piccoli imprenditori, non riuscendo ad investire in tecnologia o in formazione, sono stretti dalla morsa del “tutto e subito” che richiedono i loro clienti (spesso unici clienti). Se d’altro canto le amministrazioni non aiutano con i servizi, le infrastrutture e l’alleggerimento della burocrazia, spesso i piccoli imprenditori non riescono a vedere i vantaggi di un ammodernamento delle loro logiche aziendali e delle tecnologie che non sono esclusive solamente delle grandi aziende strutturate.

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Psicologia dell’innovazione tecnologica

Ricorre ormai in tutti i convegni o presentazioni sul sistema industriale italiano che la via di uscita dall’empasse di crescita economica sia da trovare nell’innovazione tecnologica. Non semplice invece appare come fare innovazione tecnologica. Analisti economici hanno evidenziato come sia in ogni caso difficile muoversi in ambiti innovativi quando si ha la percezione che il ritorno di investimento sull’innovazione sia incerto o distante nel tempo. Invece, vari studi hanno evidenziato che gli investimenti in ricerca e innovazione presentano un tasso di rendimento molto più elevato di quelli in capitale fisico e anche di quelli in capitale umano. Infatti, sulla base di dati relativi a dieci paesi Ocse a partire dagli anni Settanta, si è calcolato che il tasso di rendimento sociale medio dell’investimento in ricerca può raggiungere addirittura il 43%. In Italia però non è il rendimento sociale, bensì quello privato, per la singola impresa, che determina l’ammontare dell’investimento in ricerca. La scarsa propensione innovativa delle imprese italiane segnala che, per quanto elevata sia la potenziale utilità dell’investimento in ricerca per l’economia italiana, il suo rendimento privato è troppo basso per indurre le imprese italiane a investire. Inoltre, gli incentivi alla ricerca operano con un ritardo sistematico di efficacia, essenzialmente perché l’attività di ricerca presenta rilevanti costi di aggiustamento. Le imprese hanno, infatti, bisogno di tempo per riorganizzarsi e imparare a innovare. Dato per assodato che una battaglia sul costo della manodopera è impraticabile per le imprese, la globalizzazione ci spinge a trovare soluzioni di mercato e di prodotto in cui la tecnologia e la capacità di innovare rapidamente siano essenziali. Potremmo portare ad esempio le esperienze italiane nei Paesi dell’Estremo Oriente: l’incapacità di contrastare o perlomeno contenere il segreto e la proprietà industriale delle tecnologie, spiazzano le nostre delocalizzazioni e di conseguenza le aziende madri italiane. Il passaggio del prodotto o del processo da innovativo a maturo e poi obsoleto è diventato rapidissimo.
Un altro dato essenziale ci è dato dal rapporto Eito 2004, (l’Osservatorio promosso da Smau sullo stato della comunità tecnologico-industriale in Europa): l’80% della spesa tecnologica è sostenuto da 20 mila aziende medio-grandi, mentre le piccole imprese segnano il passo. Questo ad indicarci che le strutture che riescono a usufruire di laboratori, istituti universitari e centri di ricerca sono le medio-grandi. Ma una politica di sostegno dell’innovazione non può limitarsi alla ricerca. Anche la Commissione Europea, con una comunicazione, ha riconosciuto che la Ricerca & Sviluppo è un fattore essenziale per la crescita a lungo termine, ma di per sé non è sufficiente e, quindi, vanno sostenute altre forme di innovazione specie di processo, come gli aspetti operativi, gestionali, di marketing, di design e di distribuzione fino alla logistica. Quindi, rendere condivisibile a larga scala il concetto d’innovazione tecnologica, necessita anche di una reinterpretazione del suo significato. L’innovazione tecnologica, usufruibile a più utenti  imprenditoriali, è la possibilità di accedere a soluzioni tecniche e poterle implementare per migliorare in termini di costi, efficienza e qualità il prodotto o il processo produttivo. Se volessimo sintetizzare le osservazioni fatte  precedentemente, potremmo dire che occorre essere capaci di produrre innovazione tecnologica in quantità, di qualità e in velocità. Questo con i mezzi tradizionali non è più possibile. I mezzi tradizionali si basano su una conoscenza tecnica limitata e in qualche modo personale e i metodi per la risoluzione dei problemi o per aumentare le capacità inventive si basano su approcci psicologici. Sono infatti diffusissime in azienda la tecniche come il 5why, Ishikawa, Quality Function Deployment, Lateral Thinking o Brainstorming che aiutano ad indirizzare le possibili soluzioni ma si basano su stati psicologici temporanei. In pratica occorre strutturare in maniera sistematica l’approccio alla soluzione innovativa e, in questo ambito l’Information Technology diventa un mezzo essenziale per raggiungere la tecnologia nei termini descritti.

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