Fenomenologia della crisi e sistema bancario italiano: un’analisi della crisi

Di Matteo Crippa (matteo_crippa@yahoo.it)
Raymond Goldsmith, economista americano dedito allo studio di crescita economica e sistemi finanziari, nel 1969 in “Financial structure and development” si poneva questa domanda: “does finance matter?”. Il suo intento era quello di capire se e in che modo i sistemi finanziari potessero sostenere lo sviluppo economico. Il quesito di Goldsmith é più che mai attuale oggi, alla luce di una crisi finanziaria che ha prodotto effetti reali spingendo alcuni sistemi economici in stato recessivo. Difatti, consapevoli della gravità con cui l’economia reale sia stata condizionata dai sistemi finanziari negli anni recenti, ricerchiamo ora nella finanza stessa una possibile leva di ripresa e sostegno dello sviluppo economico.
A tal proposito, si propone di seguito un’analisi della recente evoluzione del sistema produttivo e industriale italiano e delle relazioni creditizie tra imprese e banche, essendo queste difatti gli attori di riferimento nel mercato finanziario domestico e quindi, necessariamente, un potenziale veicolo di sostegno della ripresa economica.
A partire dalla seconda metà del 2011 l’economia italiana é entrata in recessione, comportando per le imprese una diminuzione della redditività accompagnata da una minore disponibilità di risorse finanziarie interne. Più precisamente, sotto il profilo operativo le imprese italiane hanno manifestato una riduzione di redditività, conseguente a una contrazione dei volumi di produzione e fatturato associata a una “inelasticità” della struttura dei costi. Sotto profilo finanziario, invece, si é osservato un aumento del fabbisogno di risorse, conseguente a tensioni di liquidità, aumento del circolante commerciale e inasprimento del mercato creditizio. Il disposto combinato di tensioni operative e finanziarie, contestualizzato in un settore industriale ormai nello stadio di maturità del proprio ciclo di vita, ha determinato una riduzione degli investimenti, con effetti prociclici negativi sul sistema economico. A livello sistemico, si é effettivamente osservata una crescita del tasso di deterioramento della qualità e della robustezza finanziaria delle imprese, con un aumento dell’incidenza delle imprese che hanno approcciato lo stato di crisi, seppur con diversi gradi di gravità. L’analisi dell’evoluzione
di alcuni indicatori economici e finanziari del sistema industriale italiano nell’anno 2011 permette di oggettivizzare quanto appena descritto. I dati illustrati di seguito provengono dalla “Relazione annuale” per il 2011 del Governatore della Banca d’Italia, se non altrimenti specificato. Il margine operativo lordo (MOL) delle imprese manifatturiere italiane é diminuito del 1,1% nel corso del 2011 e il rapporto tra MOL e valore aggiunto (VA) ha raggiunto un livello minimo a partire dagli anni ’90, attestandosi al 34%. La riduzione di redditività ha determinato una minore disponibilità interna di risorse finanziarie con effetto riduttivo sugli investimenti lordi, scesi del 1,9% nel corso dell’anno a rappresentare il 2% del prodotto interno lordo nazionale (PIL). Contestualmente,  l’incidenza degli oneri finanziari netti sul MOL é cresciuta del 3% attestandosi al 21% in media. Parallelamente, il fabbisogno finanziario complessivo é stato pari a 33 miliardi di Euro, sostenuto principalmente dalla crescita delle necessità di circolante per il finanziamento dei crediti commerciali, cresciuti nell’anno del 8%.
Nel corso del 2011 l’indebitamento delle imprese é aumentato di 19 miliardi di Euro, pari a una crescita del 0,7% rispetto all’anno precedente. Il leverage delle imprese, misurato come rapporto tra debiti finanziari e passività totali, é cresciuto del 3% rispetto a un anno prima mentre il rapporto tra debiti finanziari e valore aggiunto é rimasto costante a pari al 180%.
É interessante osservare che l’indebitamento medio delle prese italiane, pari al 48% nel 2011, é in linea con la media dei paesi dell’area Euro e inferiore di quello delle imprese tedesche, pari al 50% nello stesso anno. Quello che rileva é però la composizione di tale debito, laddove la quota di debito bancario é predominante in Italia rispetto agli altri paesi. I debiti finanziari delle imprese italiane sono infatti per il 70% rappresentati da prestiti bancari e di questi il 40% ha in media scadenza entro 12 mesi, caratteristiche che rendono le imprese particolarmente sensibili ai rischi di tasso e di rifinanziamento. Addottando ancora la Germania come termine di paragone, si osserva che il relativo debito bancario scende al 45%.
Come già introdotto, la crisi economica ha impattato le imprese oltre che sul profilo operativo qui descritto anche sul profilo finanziario. Nel corso del 2011 si é infatti osservato un inasprimento del mercato del credito applicato. Nel corso dell’anno passato, sulla base dei dati raccolti dalla Banca d’Italia, la quota delle imprese che hanno subito un razionamento del credito é raddoppiata rispetto all’anno precedente, attestandosi al 12% del totale. Contestualmente, la quota di imprese che hanno ricevuto richieste di rientro sulle proprie esposizioni é raddoppiata al 9% del totale. Il razionamento del credito si é manifestato anche sul lato dei tassi applicati, che sono cresciuti di circa un punto percentuale rispetto all’anno precedente attestandosi attorno a un valore medio del 4%. L’aumento del costo del debito per le imprese italiane sconta parzialmente anche una maggiore difficoltà di provvista per le banche italiane, stimato in un maggiore costo di approvvigionamento di circa 80 basis points rispetto alla media europea. Il quadro delineato ha indebolito fortemente i bilanci delle imprese italiane, di cui circa il 33% presenta un rapporto tra oneri finanziari netti e MOL superiore al 50% con evidenti difficoltà in termini di capacità di accumulo di capitali e conseguente propensione all’investimento. Il deterioramento della solidità finanziaria delle imprese si é riflesso in una quota di prestiti complessivi su cui le banche registrano difficoltà di rimborso pari al 19% e con una crescita delle rapporto tra sofferenze e prestiti vivi, salito a circa il 3%. Se i numeri illustrati delineano esplicitamente la fenomenologia della crisi delle imprese italiane, tornando al nostro quesito iniziale meno chiaro é invece il ruolo che il sistema finanziario assume per sostenere e favorire la crescita economica.
A questo scopo é interessante uno studio edito ancora da Banca d’Italia a luglio 2012, “Fragilità finanziaria e prospettive di crescita: razionamento del credito alle imprese durante la crisi” di Albareto e Finaldi Russo, che indaga quali siano stati i fattori discriminanti le scelte di erogazione di credito da parte delle banche italiane prima e durante la crisi. Rimandando allo studio stesso per i dettagli metodologici, sintetizziamo di seguito alcuni dei risultati più interessanti. Analizzando le imprese per tasso di crescita del fatturato, crescita degli investimenti, valore aggiunto per addetto e quota di esportazioni sul fatturato, si osservava nel periodo precedente alla crisi una relazione positiva e significativa tra queste grandezze e la facilità di accesso al credito. Diversamente, nel periodo di crisi solo il tasso di crescita del fatturato é risultato essere una grandezza rilevante per facilitare di accesso al credito, suggerendo che le banche non abbiano considerato altri fattori indicativi del potenziale di crescita delle imprese nelle proprie scelte di allocazione del capitale. Questo fenomeno risulta solo parzialmente mitigato dal grado di concentrazione dei finanziamenti, suggerendo che la presenza di un finanziatore di riferimento ne permetta una maggiore capacità valutativa. Inoltre, fattori qualitativi quali le strategie di crescita, l’attività di ricerca e sviluppo, il deposito di brevetti, l’adozione di innovazioni organizzative, di prodotto e di processo non hanno influenzato la probabilità di accesso al credito, né prima né dopo la crisi. La dimensione della banca di riferimento é risultata essere un ulteriore fattore discriminante. Difatti, se prima della crisi la dimensione della banca principale finanziatrice non influenzava la probabilità di accesso al credito, durante la crisi le imprese la cui banca di riferimento fosse di piccole dimensioni hanno subito un minore razionamento del credito. Infine, anche le motivazioni di richiesta di credito hanno condizionato la probabilità di ottenere finanziamenti, difatti le imprese che hanno richiesto credito a sostegno del proprio circolante o per operazioni di ristrutturazione del passivo hanno subito un maggiore razionamento rispetto a quelle che hanno domandato credito a sostegno di investimenti. É opportuno, come anche suggerito
dagli autori dello studio citato, contestualizzare le evidenze qui illustrate con la sempre più diffusa prassi da parte dell’industria bancaria di adozione di sistemi (semi)automatici di credit scoring per la valutazione di rischiosità delle imprese, coerentemente con l’adesione ai principi normativi di Basilea. Esiste infatti il rischio che l’adozione di tali metodologie, basate principalmente su indicatori di bilancio strutturalmente ritardati e quindi backward-looking, possa avere inficiato la capacità di valutazione prospettica delle imprese da parte delle banche e quindi la capacità di individuare effettive opportunità di investimento.
Il quadro complessivo delineato fornisce una prima risposta al quesito che ci si era inizialmente posti parafrasando l’economista americano Raymond Goldsmith, ovvero se il sistema finanziario sia rilevante per condizionare la crescita economica. L’evidenza suggerisce infatti che il sistema finanziario, sistema bancario nel caso specifico italiano, possa avere effettivamente condizionato la crescita del settore produttivo ed industriale seppur in senso negativo, ovvero attraverso una ridotta capacità di individuazione delle opportunità di investimento meritevoli da quelle di basso profilo creditizio. Questo fenomeno avrebbe determinato un razionamento generale del credito con effetto depressivo sistemico.
Il quesito iniziale resta quindi ancora aperto, ovvero é opportuno continuare a domandarsi in che modo lo stesso sistema finanziario possa favorire la ripresa economica. Dal lato delle imprese, si ritiene sarebbe opportuno e utile in questo senso riconoscere quali indicatori economici e produttivi siano validi segnali di robuste prospettive di crescita in ottica forward-looking e con una prospettiva di sostenibilità ampia, ossia di lungo periodo e condivisa tra shareholders and stakeholders. Allo stesso tempo, sarebbe opportuno individuare quali forme di intervento finanziario da parte del sistema bancario, riferendosi in particolare agli orizzonti temporali di investimento e alle forme tecniche di finanziamento, siano maggiormente adatte a sostenere le potenzialità di crescita e sviluppo del nostro sistema produttivo.

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