Scelte strategiche del manifatturiero italiano nel primo decennio del 21° secolo

Riprendo un articolo di Paolo Carnazza ed Enrico Martini intitolato “IL SISTEMA MANIFATTURIERO ITALIANO NEL PRIMO DECENNIO DEGLI ANNI DUEMILA: I PRINCIPALI MUTAMENTI” [1] per sintetizzare dai numeri pubblicati alcune riflessioni e conclusioni. Nell’articolo vengono riportati alcuni dati ISTAT che riporto qui di seguito.
La produzione manifatturiera dei settori classici del Made in Italy – includendo abbigliamento, tessile, prodotti in cuoio, industria del legno e mobili – è passata dal 20% al 17% e come percentuale di tutti gli occupati dal 28% al 24%.
La produzione manifatturiera nei settori di trasformazione dove l’innovazione e la ricerca applicata trovano maggiore riscontro, è cresciuta, come è cresciuta l’occupazione ed il valore aggiunto. Mi riferisco ai settori della Chimica, Metallurgia, Meccanica, Apparecchiature Elettriche e per le Comunicazioni, Apparecchiature Medicali, di Precisione e Mezzi di Trasporto non Autoveicoli (classificazione ATECO2001). In cifre la produzione di tali settori passa dal 43,8% al 47,3%, l’occupazione dal 42,9% al 47,1% ed il valore aggiunto dal 47,1% al 50,1%
La prima conclusione che traggo dai dati è che l’industria reale è meglio di quella descritta.
Nel decennio precedente era forte la presenza di  una “lobby” influente di esperti e consulenti economici che spingeva il tessuto economico Italiano ad abbandonare la manifattura e buttarsi sulla finanza e sui servizi, lasciando questo lavoro “sporco” ai paesi emergenti, l’Italia industriale al contrario ha reagito come avrebbe dovuto, modellando un set di scelte strategiche: ottimizzazione dei costi, innovazione, internazionalizzazione, variazione dei prodotti offerti e investimenti in marchio che le permetteva di recuperare e consolidare una posizione nel mercato europeo ed internazionale ed in particolar modo nell’area dei paesi emergenti denominata BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Tali scelte strategiche sono di fatto riportate nello studio di Brandolini e Bugamelli : “Rapporto sulle tendenze nel sistema produttivo italiano”,pubblicato per la Banca d’Italia nel 2009[2]
L’altra riflessione che ritengo importante sui dati riportati è che i settori che crescono sono settori tradizionali del sistema industriale italiano, più tradizionali ancora del settore ritenuto per eccellenza tale ovvero il “Made in Italy” (fashion luxury e mobile). Emerge dunque una vocazione industriale tradizionale e contemporaneamente tecnologica che sembra sostituire il declino manifatturiero – si spera temporaneo – dei settori vincenti degli anni 80 e 90.
Le due riflessioni sui dati riportati dimostrano come una parte delle aziende italiane abbia fatto scelte coraggiose, anche in controtendenza al senso comune, lasciandosi guidare da una sorta di “mano invisibile” che, in assenza di una reale politica industriale da parte delle istituzioni, ha indirizzato verso la soluzione industriale più consona per un paese di trasformazione come l’Italia.


[1] pubblicato nel novembre 2010  nel sito www.nelmerito.com
[2] Brandolini A., Bugamelli M. 2009. “Rapporto sulle tendenze nel sistema produttivo italiano”, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, Occasional Paper, n.45.
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